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Il “Paesaggio con Fiume” di Leonardo da Vinci è considerato il primo disegno di puro paesaggio nella storia dell’arte occidentale, attribuito inizialmente alla Valle dell’Arno. Successivamente sono stati considerati altri luoghi come possibili soggetti del disegno, ma in realtà il paesaggio raffigurato può essere solamente uno: la Valle dell’Adda, a sud di Lecco.

1. PREMESSA STORICA

Questo paesaggio non è mai stato preso in considerazione come diverso da un paesaggio toscano, anche se ultimamente è stato attribuito ad un paesaggio umbro. Certamente, non è mai stato ritenuto un paesaggio lombardo e prealpino. Questo per due motivi: il primo è riconducibile alla data di realizzazione del disegno, ovvero l'anno 1473; il secondo è rappresentato dai rilievi orografici più bassi, situati sullo sfondo dell'opera: il monte appena accennato, le piccole colline antistanti lo stesso monte, le colline più basse in lontananza a sinistra. Tali rilievi dal profilo dolce, direi a prima vista dal carattere appenninico, hanno tratto in inganno facendo ricondurre il paesaggio ad un ambiente toscano, come in effetti potrebbe sembrare. Non si è mai trovata però in questa regione una località che comprendesse, oltre al paesaggio sullo sfondo, anche i dirupi e la profonda gola in primo piano ed il borgo fortificato situato a margine di questo profondo orrido con il castello a strapiombo sull'ampia vallata con fiume. La quale presenta, come dimostrerò in seguito, anche due laghi formati da questo fiume, il più piccolo e meridionale dei quali è rappresentato nel disegno con la relativa area paludosa attorno allo stesso. Tutti elementi, naturali e non, che si trovano nella Valle del fiume Adda, esclusa l’area paludosa che nel corso dei secoli si è gradualmente ridotta fin quasi a scomparire eccetto una piccola area ancora esistente nel confinante territorio di Brivio, piccolo borgo situato sulla riva destra del fiume immediatamente a sud del lago raffigurato.

I rilievi in primo piano sono situati all’estremo sud della Val Gallavesa, comunemente detta anche Val d’Erve, caratterizzata da una profonda forra o canyon, valle facente parte del più ampio territorio della Val San Martino occupandone l'estremo lembo nord/ovest. La Val San Martino digrada dalle montagne bergamasche verso il fiume Adda ed il Lago di Olginate, rappresentati nel disegno, e ad essa appartengono i rilievi in primo piano del disegno leonardesco, il borgo con castello ed anche il torrente, il Gallavesa, che scorre nella profondità della gola.

 


Il primo punto è sicuramente quello più controverso che gli storici potrebbero obiettare: infatti, la storiografia ufficiale ci dice che Leonardo da Vinci arrivò alla Corte di Ludovico il Moro nel 1482. Ciò però non significa che Leonardo non potesse essere arrivato prima di tale data nel Ducato di Milano. Il mio compito non è quello di dimostrare se Leonardo fosse o meno presente alla Corte degli Sforza già in quell’anno, seppur magari per un breve soggiorno. Questo aspetto dovrà essere approfondito dagli storici. Io mi limiterò esclusivamente ad indicare gli elementi incontrovertibili del disegno che non possono non testimoniare che il paesaggio di riferimento è quello della Valle dell’Adda e della Val San Martino.
Detto ciò, non mi sottrarrò dall’elaborare delle ipotesi riguardo alla presenza di Leonardo già in quel periodo:


I. Bisogna considerare innanzitutto il fatto che la dinastia degli Sforza e quella dei Medici furono sempre state alleate, a partire dai rispettivi capostipiti Francesco Sforza e Cosimo de’ Medici (quindi dalla metà del XV secolo) fino ai loro discendenti Galeazzo Maria (Duca di Milano dal 1466 al 1476) e Ludovico Sforza da un lato, e Lorenzo il Magnifico dall’altro. Non è difficile pensare dunque, come del resto era abbastanza consueto all’epoca, che un giovane Leonardo potesse essere arrivato a Milano in virtù di uno “scambio culturale” (così come lo definiremmo noi oggi) tra le due corti, a dimostrazione della loro amicizia. Esempio ne fu già l’architetto fiorentino Filarete che, arrivato a Milano nel 1451, eseguirà nel corso della sua permanenza nel Ducato opere importanti, tra queste la torre omonima del Castello Sforzesco e l’Ospedale Maggiore, oggi Università degli Studi di Milano. I contatti tra le due corti erano frequenti e spesso riguardavano unicamente le varie personalità che gravitavano attorno ai Signori, pertanto non è da escludere, e questa è una seconda ipotesi, che Leonardo sia arrivato nell'area lecchese invitato da uno dei tanti alleati del Duca presenti nell'area, senza necessariamente essere passato dalla corte di Milano.

II. Riguardo più nello specifico alla Valle dell’Adda e la Val San Martino, per sintetizzare al massimo, tutta l’area era già a partire dall’epoca Viscontea terreno di contesa tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Il Fiume Adda e il torrente Gallavesa erano i confini naturali tra questi due stati e gli Sforza posero a capo dell'area da loro dominata tutti i loro amici più fidati, ai quali vennero concesse particolari immunità ed esenzioni. Ad esempio a Giovanni Calchi, secondo lo storico Cesare Cantù di Brivio, oltre a diversi privilegi fu affidata la Rocca di Airuno, la quale ricorre ben visibile nel disegno in oggetto (fig. 19). Giovanni Calchi era tra i più importanti alleati del Duca Francesco Sforza, direi sicuramente il principale per quel che riguarda questo strategico territorio di confine; era anche padre di Bartolomeo, primo segretario ducale durante il governo di Ludovico il Moro. E se è vero che, come dicono molti studiosi, si tratta forse di un disegno preparatorio per un affresco, non è così impossibile immaginare che l'affresco in questione potesse essere stato commissionato da uno di tali Signori per impreziosire una delle loro tante proprietà presenti nell’area.
Vi è poi una seconda ipotesi, a mio parere prevalente e più pragmatica, come spiegherò di seguito, che avrebbe indotto Leonardo ad eseguire questo disegno su richiesta del Duca di Milano o di qualcuno dei Signori suoi alleati residenti nell’area. Sono entrambe ipotesi che in ogni caso non si escluderebbero a vicenda.

III. La prova più tangibile che Leonardo da Vinci fosse già nel territorio in questione in quell'anno è data dallo sfondo dell'Annunciazione, altra opera giovanile di Leonardo datata all'incirca nello stesso periodo del Paesaggio con Fiume. In questo dipinto il paesaggio rappresentato è sempre quello lecchese, ma per una descrizione completa di esso rimando alla seconda parte di questo mio saggio.

Ad ogni modo, l’obiezione che si potrebbe fare in questo caso in merito all’anno dell'esecuzione del disegno andrebbe a frantumarsi contro l’evidenza del paesaggio reale: dai rilievi della Val San Martino in primo piano all'ampia vallata con il lago di Olginate formato dal fiume Adda (valle all’epoca molto più paludosa e con il
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livello del lago senz'altro superiore a come lo vediamo oggi), dalle colline brianzole sullo sfondo alla piccola piramide della Rocchetta di Airuno con la sua dorsale che si protende a nord e, più a ovest, il più elevato Monte di Brianza dal dolce profilo. Esiste, anche se con qualche variazione come descriverò successivamente, il borgo fortificato sul poggio a strapiombo sulla Valle dell’Adda.

 

2. IL DISEGNO NEI SUOI PARTICOLARI

Fatta questa doverosa premessa, mi dedicherò ad illustrare nel presente capitolo tutti quegli elementi del disegno necessari a riconoscere la Valle dell’Adda quale paesaggio rappresentato dal Genio toscano.

 

2.1 IL CASTELLO DI ROSSINO

Quello che mi ha portato ad individuare la località è stato un disegno eseguito con la tecnica della xilografia dall’artista Francesco Gonin (fig. 2) per illustrare il Castello dell’Innominato nella terza edizione (1840) dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Infatti osservando il borgo fortificato rappresentato sia nel disegno suddetto sia in quello dell’artista toscano ho ravvisato l’estrema somiglianza tra di essi; il castello dell’Innominato è senza dubbio riconducibile storicamente a questa precisa area geografica a sud di Lecco. In effetti il paesaggio di Leonardo è ritratto da una posizione particolare: i monti, compreso il Resegone, sono alle spalle dell’artista e lo sguardo è rivolto a sud-sud/ovest, dove la Valle dell’Adda si dispiega in tutta la sua ampiezza, escludendo in tal modo i rilievi bergamaschi (all’epoca veneti) situati a sud del castello. Il fiume, dopo aver lasciato il lago di Olginate, prosegue il suo corso verso sud-sud/est. Le colline sullo sfondo, oltre il lago ed il fiume, appartengono alla Brianza: a sud di queste, c'è la pianura.

 

Fig. 2 - Castello dell'Innominato. Fonte: https://promessisposi.weebly.com/castello-innominato.html

 

Leonardo si deve esse posizionato all'inizio della profonda forra del torrente Gallavesa, che partendo dal castello in questione arriva fino al Comune di Erve (LC). Egli disegnò presumibilmente il suo paesaggio da una posizione elevata del Monte Spedone, all’epoca appartenente alla Serenissima, posto sulla sinistra orografica del torrente Gallavesa con immediatamente di fronte e vicinissimo, oltre il canyon e sulla destra orografica dello stesso torrente, il Monte Mudarga. Nel disegno entrambi i monti sembrano costituire un unico e continuo rilievo montuoso, la forra sembra interrompersi quando nella realtà la stessa prosegue verso nord per circa 1 km. A mio parere l'estrema vicinanza dei due monti può avere indotto Leonardo a disegnarli senza evidenziarne la separazione tra gli stessi.

Comunque sia il profondo canyon in primo piano ha tutte le caratteristiche della parte iniziale e meridionale della Val Gallavesa, appartenente alla più ampia Val San Martino che, come si vedrà meglio alla fine, sarà contesa dal Ducato di Milano e dalla Repubblica Veneta in prossimità del torrente in questione, le cui acque si vedono sul fondo di questa profonda gola. Esso termina il suo percorso nel Lago di Garlate, immediatamente a nord del Lago di Olginate (oltre il Monte Mudarga in primo piano a destra), mentre il paesaggio sullo sfondo è la Valle dell'Adda.

 

Fig. 3 – “Paesaggio con Fiume”. Il castello di Rossino

 

Nella figura 3 è evidenziato un borgo fortificato posto su un poggio alle pendici di un monte, e tra le mura di esso le torri di un castello. Questo era il castello di Rossino (frazione di Calolziocorte), appartenente alla Repubblica di Venezia, tutt'ora esistente (fig. 4, 5 e 6), come appariva all’epoca di Leonardo, cioè con almeno 4 torri. Ciò confermerebbe la tradizione popolare che diceva che di torri ne avesse almeno 4, massimo 6 ("Il Castello di Rossino", Dell'Oro D.). Il poggio sul quale si trova è situato alle falde del Monte Spedone (vedi anche fig. 5).

 

 Fig. 4 - Il Castello di Rossino Fig. 5 - Il Castello di Rossino fotografato da Fonte: "Per le vie di San Girolamo. Itinerari sud e, vicinissimi, i monti Mudarga (a sinistra)
lecchesi", Brivio D.

 

Fig. 5 - Il Castello di Rossino

 

La torre fotografata nella figura n. 6, con il suo caratteristico tetto a capanna, è l’unica tuttora esistente ed integra, ovvero il mastio.

 

Fig. 6 - Castello di Rossino: il Mastio. Fonte: "Per le vie di San Girolamo. Itinerari lecchesi", Brivio D.

 

Una seconda torre è posizionata a sud/ovest, parzialmente abbattuta nella parte superiore, ampliata nel 1607 e successivamente alzata alla fine dell’800. Oggi è adibita a residenza dei proprietari.
Una terza torre risulta oggi ribassata e inglobata nella cinta muraria facendone da spigolo nella parte nord/ovest.

Infine vi erano almeno un altro paio di torri all’epoca in cui Leonardo effettuò il disegno e che oggi non sono più esistenti: una emergeva dal complesso della dogana. Probabilmente in essa alloggiava il corpo di guardia. La dogana esisteva in quanto nel borgo si riscuotevano i pedaggi (attività già svolta probabilmente all’epoca dei romani) ai viandanti in viaggio tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia; l’altra invece era ubicata sul lato nord/est della cinta. Nonostante tutti i lavori di ristrutturazione effettuati, non si è mai riusciti a valutare se esistesse o meno ("Il Castello di Rossino", Dell'Oro D.).

Per quanto riguarda invece l’illustrazione di Gonin, l’artista in questo caso deve aver ripreso il castello da nord, come Leonardo, ma da una posizione più ribassata e interna alla Val Gallavesa. Ma gli elementi in comune sono evidenti, in particolare è evidente la somiglianza tra i due castelli con le relative torri. La differenza tra i due disegni semmai sta nelle intenzioni dei due autori: Leonardo disegna il borgo di Rossino all’interno di un quadro più ampio in cui il castello è solo uno degli elementi che compongono il paesaggio, rappresentato in maniera fedele, con una sola discrepanza: è l’interruzione della profonda forra che nella realtà prosegue verso nord per circa 1 km. E’ altrettanto vero però che appostandosi sull’uno o sull’altro monte nei punti dove la distanza tra questi è minima, gli stessi sembrano quasi toccarsi (vedi fig. 7a).

 

 

 Fig. 7a – In primo piano il Monte Spedone con edificata una cappelletta, chiamata anche Cappelletta del Corno;
di fronte e vicinissimo il Monte Mudarga. Foto di Luca Biava

 

Fig. 7b – Il Monte Spedone con la Cappelletta del Corno, il Monte Resegone, il Monte Mudarga e la val Gallavesa fotografati da sud-ovest. Foto di Beppe Raso

 

Il castello disegnato invece da Gonin è il soggetto principale dell’opera in quanto doveva assolvere ad una funzione rappresentativa che fosse la più fedele possibile al romanzo di Manzoni, concentrandosi pertanto sugli aspetti che ne risaltassero le qualità descritte dal “Lisander nazionale” e prendendosi delle libertà maggiori (ma nemmeno troppe) nel raffigurare il paesaggio circostante, in modo che corrispondesse maggiormente alle parole dello scrittore. Il castello infatti viene descritto nel romanzo come un nido d’aquila posto in cima ad un poggio.

E’ doveroso a questo punto fare un po' di chiarezza sul famoso Castello dell’Innominato.
A tal proposito ci sono due interpretazioni: la prima, maggiormente accreditata, identifica il Castello dell’Innominato nella Rocca di Somasca, frazione di Vercurago. Questa ex fortezza (fig. 8) situata su una rupe dominante il lago di Garlate e la Valle dell'Adda, all’estremo sud/ovest del Monte Mudarga, dista circa 1,5 km in linea d'aria dal Castello di Rossino.

 

 

 Fig. 8 - Vercurago: la Rocca di Somasca, oggi nota come il "Castello dell'Innominato" Fonte: <https://www.prolocovercurago.it/>

 

La seconda, invece, appunto nel Castello di Rossino. Ma a confutazione della prima ipotesi si possono porre delle semplici obiezioni: innanzitutto fu lo stesso Manzoni a non esplicitare mai nel suo Romanzo a quale dei due castelli si riferisse, lasciando probabilmente in maniera voluta un alone di ambiguità sulla faccenda. In effetti la descrizione da lui stesso fornita, “Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti”, potrebbe essere riferita ad entrambi i castelli, molto vicini tra loro, ma a mio parere quello che maggiormente corrisponde a tale descrizione, se non altro per la maggior vicinanza allo stretto canyon della Val Gallavesa, è il Castello di Rossino. All’interno di questa forra scorre il torrente omonimo ("Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati.", così lo scrittore definiva appunto il Gallavesa nel capitolo XX del suo Romanzo. Il torrente infatti fungeva da confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano. E a conferma di ciò interviene proprio il disegno di Leonardo, da cui si evince come il castello si erga al di sopra di un poggio all’inizio di una valle angusta, dalla quale sbuca un corso d’acqua. Mentre la Rocca di Somasca dalla sua rupe sovrasta il lago di Garlate e la valle dell’Adda con un’ampia visuale da nord a sud (vedi fig. 9).

Ma la chiave di volta che permette di fare una distinzione inoppugnabile tra il Castello di Rossino e la Rocca di Somasca nelle parole di Manzoni, è quando egli scrive della parte del poggio che guarda la valle come la sola praticabile: “un pendio piuttosto erto, ma uguale e continuato” (Fig. 10).

 

Fig. 10 - Castello di Rossino con tratteggiato il pendio del poggio sul lato ovest.
Foto di D. Vertemara, 2020

 

Dall’immagine sopra si nota come il pendio del poggio nel suo lato ovest, cioè quello rivolto verso la Valle dell’Adda, sia “piuttosto erto ma uguale e continuato”, mentre la Rocca di Somasca non ha tali caratteristiche.

Il fatto che Manzoni scrivesse in maniera precisa i luoghi da lui così ben conosciuti è confermato anche da un altro grande scrittore della sua epoca, ovvero Johann Wolfgang Goethe. Nei suoi colloqui con il poeta Eckermann, Goethe esprime al suo collega le quattro qualità per cui, secondo lui, l'opera di Manzoni supera qualsiasi cosa che si conosca in questo genere. La quarta di queste è appunto "la ricchezza e il mirabile minuto rilievo nella pittura dei luoghi " ("I promessi sposi – Il parere di Goethe", http://imalpensanti.it/). Alla luce di ciò, diventa difficile a mio avviso affermare che Manzoni potesse intendere la Rocca di Somasca quale Castello dell'Innominato. Significherebbe dire che lo scrittore non fosse poi così meticoloso nello descrivere i luoghi impressi nel Romanzo.

Inoltre, a conferma che si tratti proprio del canyon del torrente Gallavesa quello descritto da Manzoni, è possibile riferirsi ad un'altra illustrazione di Gonin. Ovvero quella che rappresenta il momento in cui, nel capitolo XXIII, l'Innominato (a seguito della sua conversione) e don Abbondio entrano nella valle angusta che porta al castello del bandito per liberare Lucia (fig. 11).

 

Fig. 11 - Ingresso alla Val Gallavesa. Fonte: <https://promessisposi.weebly.com/capitolo-xxiii.html>

Fig. 12 - Forra del Gallavesa con l'omonimo torrente.
Fonte: <https://www.prolocovercurago.it/>

 

E' evidente dalla comparazione delle figure 11 e 12 che Manzoni e Gonin avessero preso spunto dalla Val Gallavesa per la descrizione del paesaggio.
Infine, fatto ancora più importante, la Rocca di Vercurago all’epoca in cui furono scritti i Promessi Sposi era quasi un rudere. Ma anche nel '600, cioè il periodo in cui il Romanzo fu ambientato, essa aveva perso da tempo la sua funzione di roccaforte militare in quanto quasi interamente distrutta dai francesi nel 1509 e in seguito riconvertita a ricovero per orfani dai padri somaschi. Pertanto Manzoni, e ancora di più Gonin nella sua illustrazione (fig. 2), difficilmente avrebbero potuto prenderla come riferimento per una descrizione dettagliata della struttura.

In ogni caso, a prescindere dalle personali attribuzioni che si potrebbero fare in merito all’identificazione del castello dell’Innominato riferite all’uno piuttosto che all’altro (Rossino o Somasca), il disegno con castello di Gonin è servito unicamente per individuare la località rappresentata da Leonardo che non può che riferirsi alla zona indicata nel mio saggio.

 

Fig. 13 - Leonardo da Vinci, disegno RL 12395r.
Fonte: <https://commons.wikimedia.org/>

 

A mio parere anche il disegno della Royal Library 12395r, di Leonardo da Vinci (fig. 13), è riferibile sempre alla profonda forra della Val Gallavesa. Anche in questo caso sono rilevanti per l'identificazione della località le parole di Manzoni nel suo celebre romanzo, sempre al capitolo XX: "I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni".

"L'altra parete della valle", così come scritto da Manzoni, è proprio quella rappresentata in primo piano nel disegno di Leonardo da Vinci, cioè la parete del Monte Mudarga. Le espressioni "schegge", “macigni” e “qualche cespuglio né fessi e sui ciglioni” usati dallo scrittore si riferiscono ad elementi ben visibili nel disegno di Leonardo: le “schegge” sono i pinnacoli dalle forme aguzze che si ergono dal terreno pressoché aderenti alla parete rocciosa; i "macigni" sono i massi che si trovano nel letto del torrente; infine i “cespugli ne’ fessi e sui ciglioni” sono quella vegetazione arborea ben visibile nella parte alta del disegno, nelle fessure e sui ciglioni delle pareti rocciose.
Per quanto riguarda la foto della figura 12 sono evidenti i due elementi dei ”macigni” e dei “cespugli né fessi e sui ciglioni”, ma non appaiono le “schegge” a lato del torrente in quanto la Val Gallavesa si sviluppa per quasi 1 km, come già detto, fino al paese di Erve e in alcuni punti vi è una fitta vegetazione che copre quasi interamente le pareti rocciose rendendo scarsamente visibili i loro tratti caratteristici.
Queste “schegge” o pinnacoli, seppur situati in una posizione più elevata rispetto al fondo dello stretto canyon, sono rappresentati dal Maestro Toscano anche nel disegno 8P (fig. 14a). A mio parere il pinnacolo aderente alla parete rocciosa nel suddetto disegno (evidenziato in azzurro nella fig. 14a), potrebbe essere lo stesso ancora esistente ben visibile nella fig. 14b. Gli altri più piccoli ed esterni, posizionati un po' più in basso rispetto a questo evidenziato, o sono stati inglobati dalla vegetazione sottostante la verticale parete, o nel corso dei secoli sono stati erosi dall’azione dei vari agenti atmosferici in quanto queste esili formazioni rocciose sono assai fragili e suscettibili a questi agenti. Un esempio, per quanto riguarda questo monte, è dato anche dall’immagine della foto 14c che riguarda una relazione geologica fatta eseguire dal Comune di Vercurago per il suo territorio nel dicembre 2010. Alla pagina 16 di questa relazione è rappresentata questa fotografia (14c) così descritta: “pinnacolo roccioso in precario stato di equilibrio”. Questa guglia è situata sul versante sud/ovest del Monte Mudarga, a dimostrazione del fatto che questi elementi rocciosi sono tipici di questa montagna (vedi anche le parole di A. Manzoni). 

 Ad ogni modo Leonardo conosceva molto bene la Val Gallavesa, il soprastante Monte Resegone e tutti i rilievi circostanti disegnati perfettamente nel suo disegno n. 12411-12413 del codice Windsor (fig. 15). Rilievi ritratti per certo dalla zona del Monte di Brianza, quindi da sud/ovest, come descritto nel mio saggio “La Gioconda della Rocchetta di Airuno” e come già spiegato con dovizia di particolari già nel 1997 da A. Recalcati nel suo Le Prealpi Lombarde ritratte da Leonardo, da L. G. Conato in Leonardo da Vinci nella Valle dell’Adda pubblicato nel 2003 e ancor più dettagliatamente da Alberto Turrin in un suo saggio pubblicato nella rivista “Archivi di Lecco e della Provincia” di giugno 2013.

 

Fig. 15 - Disegno 12411-12413 del Codice Windsor: nella parte superiore è raffigurato il Monte Resegone,
con davanti i due monti Mudarga (a sinistra) e Spedone (a destra), mentre nella parte inferiore si intravede
il corso del fiume Adda e la relativa vallata.

 

 

Fig. 16 – Foto raffigurante il Monte Resegone e la Valle dell’Adda scattata da sud/ovest, dalla zona del Monte di Brianza. La si compari con la fig. 15 e con il video al seguente link: https://youtu.be/S2FES0gxKXk.

 

 

Fig. 17 - Valle dell'Adda: in primo piano, da sinistra, il Monte Mudarga ed il Monte Spedone,
e tra i due sullo sfondo il Monte Resegone. Foto D. Vertemara, 2019

 

Fig. 18 - Il castello di Rossino e l'ingresso alla Val Gallavesa (o Val d'Erve).

 

 

2.2 LA ROCCHETTA DI AIRUNO 

 

Fig. 19 – “Paesaggio con Fiume”. La Rocchetta di Airuno

 

Nel disegno di Leonardo si vede un’altura evidenziata di verde con al di sopra una costruzione con due torri, la cosiddetta Rocca di Airuno e alle sue spalle dei piccoli monti che costituiscono un unico monte denominato Monte di Brianza. Come spiego nel mio saggio “La Gioconda della Rocchetta di Airuno”, essa è chiamata così perché un tempo, all’epoca in cui Leonardo si trovava presso la corte sforzesca, era una fortezza difensiva, con all'interno la piccola chiesa di San Michele, a presidio dei confini del Ducato di Milano. Secondo il Dottore dell'Ambrosiana Giovanni Dozio, autore nel 1858 di "Notizie di Brivio e sua Pieve", la Rocca fu demolita sul finire del secolo decimoquinto e la chiesa al suo interno ristrutturata nella sua forma attuale ("Segni della pietà mariana. Itinerari lecchesi", Brivio D.) 

 

 

 Fig. 20a - La Rocchetta di Airuno ripresa da nord/est con alle sue spalle il Monte di Brianza.
Foto di Beppe Raso

Fig. 20b - La Rocchetta di Airuno con alle sue spalle il Monte di Brianza.
Foto di Beppe Raso 

 

Secondo lo storico Cesare Cantù, essa fu affidata da Francesco Sforza a Giovanni Calchi nel 1450, quando nell’area imperversava ancora la battaglia tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia iniziata nel 1449.
Il sodalizio tra la famiglia dei Calchi e quella degli Sforza continuerà con i loro rispettivi figli.
Nel 1473, anno in cui fu disegnato il “Paesaggio con Fiume” di Leonardo, Bartolomeo Calchi era già segretario da almeno un anno di Bona di Savoia, moglie di Galeazzo Maria Sforza nonché duchessa di Milano.
Pertanto mi viene naturale pensare che se il disegno di Leonardo fosse preparatorio per un affresco, come ipotizzato da alcuni, probabilmente esso fu commissionato o dagli Sforza o da uno dei Signori e mecenati loro sostenitori che nella Valle dell’Adda avevano delle ville di delizia, proprio come i Calchi. Questa parte però sarà oggetto di un approfondimento nel mio penultimo capitolo.

Infine la Rocchetta di Airuno è rappresentata da Leonardo da Vinci anche nel disegno 12398 del Codice Windsor, questa volta da una posizione a sud ed in prossimità della stessa.

 

 

Figura 21 - Rocchetta di Airuno disegnata da sud, dalla sponda destra dell'Adda.
Disegno 12398 del Codice Windsor.

 

2.3 I MONTI, LE COLLINE, IL LAGO DI OLGINATE ED IL FIUME ADDA

Questo capitolo della mia ricerca lo voglio dedicare agli ultimi elementi naturali della Valle dell’Adda e della Val San Martino.

 

 

 Fig. 22 - Il Monte di Brianza, le colline brianzole e il Lago di Olginate.

 

Fig. 23a – Tutti gli elementi, naturali e non, che ricorrono nel disegno 8P.
Foto di Beppe Raso

 

Fig. 23b – Il castello di Rossino sul proprio poggio a strapiombo sul lato nord/ovest (tratteggiato in giallo).
Foto di Beppe Raso

 

Le linee verdi indicano i rilievi del Monte di Brianza, detto anche Colle di Brianza, posti ad ovest della Rocca di Airuno e già visibili anche nella figura 20a. Questo Monte, costituito da 3 cime, Monte San Genesio, Monte Crocione, Monte Regina, è di origine morenica e risulta staccato dalle Prealpi del Triangolo lariano; ciò gli consente di avere dei rilievi più dolci e meno elevati rispetto alle altre montagne lecchesi. Questo aspetto è fondamentale perché a mio avviso è soprattutto per questo motivo che il disegno di Leonardo è stato attribuito ad un paesaggio toscano, ovvero per via dei rilievi dolci dei monti e delle colline ritratte in esso.

La linea blu indica le colline della Brianza lecchese.
Ad est di queste colline brianzole (a sinistra del disegno) si trova Brivio, paese situato sulla sponda destra dell'Adda, località molto conosciuta e frequentata da Leonardo. Viene citato, per esempio, per ben quattro volte nei suoi scritti. Il motivo? Brivio era la prima stazione fluviale del progetto vinciano per rendere navigabile il corso dell’Adda da Lecco a Milano. Un progetto grandioso e moderno per l'epoca al quale lo stesso Leonardo ci teneva particolarmente.
Il paese era situato in un punto allora strategico per l’attraversamento dell’Adda: passaggio obbligato, in quanto molto stretto e quindi comodo, fra il territorio del Ducato di Milano e quello bergamasco (“Leonardo da Vinci nella Valle dell’Adda”, Conato L. G.).
Oltretutto è anche il paese dove si trova la chiesa di San Leonardo, all'interno della quale si trova un bellissimo affresco di scuola leonardesca, la "Madonna del latte", attribuita al Luini o al Boltraffio. A mio parere è evidente che le fattezze dei due volti, del Bambino e della Madonna, sono identiche a quelle del Bambino e della Sant’Anna raffigurate nel dipinto “Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’Agnellino” di Leonardo da Vinci.

 

 

Fig. 24 – Madonna delle Grazie, detta anche Madonna del Latte. Chiesa di San Leonardo in Brivio. Affresco attribuito a Bernardino Luini o a Giovanni Antonio Boltraffio. Fonte: "Umanesimo e Rinascimento in Brianza", Longoni V. 

 

Nella fig. 25 al centro del disegno ci sono un paio di barche da pesca in quello che è il Lago di Olginate, che ha il fiume Adda come immissario ed emissario. All’epoca tale attività rappresentava insieme all’agricoltura la principale fonte di sostentamento della zona e sicuramente la valle, come appare chiaramente anche dal disegno di Leonardo, era molto più paludosa di come lo è adesso.
Nella zona lacustre, oltre alle piccole barche da pesca ben visibili, si notano numerosi elementi cubici che non possono essere riferiti ad elementi naturali.

 

Fig. 25 - Barche da pesca e legnari

 

Questi elementi dalle linee nette verticali ed orizzontali formanti apparentemente dei solidi senz'altro si riferiscono ai legnari, che insieme alle gueglie ed alle tese erano i principali manufatti per consentire la riproduzione e la pescagione in una zona lacustre/paludosa e fluviale assai ricca di pesci. Essi potevano essere o di forma quadrata (fig. 26) o circolare e servivano principalmente per favorire la riproduzione dei pesci, solo occasionalmente venivano utilizzati per pescare: proprio per questo venivano posizionati dove vi era meno corrente, ai margini del lago, nella zona lacustre/paludosa, come appare esattamente nel disegno. I legnari, molto diffusi, venivano utilizzati anche nel vicino lago di Garlate (a nord) ed anche nella palude o “lago” di Brivio (a sud).

 

 Fig. 26 – Da sinistra a destra: la gueglia, la tesa con i bertavelli, il legnaro.
Fonte: “Brivio. Ponte dell’Adda”, Borghi A.

 

Anche nel sopracitato disegno 12398 del Codice Windsor è possibile vedere un altro dei 3 manufatti summenzionati, ovvero la gueglia (fig. 28). Essa aveva una struttura dalla forma a “V” con l’apertura a monte ed era utilizzata, a differenza del legnaro, unicamente per pescare. Di norma era posta nei tratti in cui l’acqua non era profonda più di sei metri e, preferibilmente, dove la corrente era più forte (Aldeghi G., Riva G., La gueglia 'magna' e la pesca ad Olginate nel fiume Adda nei secoli).
La rappresentazione di questi “edifizi” di pesca (così venivano chiamati) da parte di Leonardo identifica ancora di più, se necessario, le località dei due disegni summenzionati. Il fatto che gli stessi fossero utilizzati in maniera così diffusa com’era effettivamente in questa valle è testimoniato, oltre che dal disegno 8P, anche da una mappa del 1753 del fiume Adda e relativa area lacustre/paludosa presente lungo questo tratto di fiume nel territorio di Brivio (fig. 27).

 

Fig. 28 - Gueglia nel fiume Adda. Particolari tratti dal disegno 12398 e dal testo La gueglia
'magna' e la pesca ad Olginate nel fiume Adda nei secoli di Riva G. e Aldeghi G.

 

Infine, per completare gli elementi caratteristici del paesaggio, non si possono non menzionare i Monti Mudarga e Spedone che delimitano rispettivamente ad ovest e ad est l’inizio della Val d’Erve, e il torrente Gallavesa che scorre all’interno di essa andando a immettersi infine nel Lago di Garlate.

 

Fig. 29 - I monti Mudarga, Spedone e il torrente Gallavesa.

 

2.4 LA DATA E IL CULTO DELLA MADONNA DELLA NEVE

Vorrei dedicarmi in questo capitolo alla data di realizzazione del "Paesaggio con Fiume", non tanto dal punto di vista dell’anno, il 1473, ma piuttosto del giorno, ovvero il 5 agosto.

A mio modesto avviso ci possono essere 2 interpretazioni a riguardo di tale data: la prima è che il disegno fu effettuato casualmente il 5 agosto, un giorno come un altro per Leonardo e senza particolari significati riposti; un’altra invece è che la scritta “Dì de Sta Maria della Neve / Adì 5 daghosto 1473” non sia casuale, ma sia collegata al culto della Madonna della Neve, al quale è molto probabile che fossero devoti anche alcuni membri della famiglia Calchi.

Come molte famiglie nobili dell'epoca, i membri della famiglia Calchi avevano chiesette e cappelle di proprietà: ad esempio la Chiesa di Sant'Ambrogio a Calco ("Calco... paese di Brianza", Autori Vari); la Cappella di Santa Maria ad Nives, cioè Santa Maria della Neve, in Villa Gola al Buttero ad Olgiate Molgora, paese confinante con Calco, Brivio ed Airuno (<http://www.comune.olgiatemolgora.lc.it>). In questo caso la Cappella fu fatta costruire nel 1592 da Paolo Emilio Calchi, pronipote di Bartolomeo; nel territorio di Calco, appartenente all'epoca alla Pieve di Brivio, si può registrare la Chiesa di Sant'Antonio di Padova in località Boffalora, la quale è detta anche della "Madonna della Neve", come riportato da BeWeb, il portale web dei beni culturali ecclesiastici (<https://www.beweb.chiesacattolica.it>). Sebbene essa sia stata realizzata nel 1660 da architetto e committente sconosciuti, non è da escludere che essa fu costruita sui resti di una chiesa precedente poiché l'intera area era di proprietà dell'antico Monastero di Arlate ed era posta su un'altura strategica a guardia della Valle dell'Adda. Se così fosse, viene naturale pensare che i Calchi avessero potuto dedicare anche solo una cappelletta o un'edicola al culto della Madonna della Neve, in quanto il territorio in questione era sotto il loro diretto controllo.

 

Fig. 30 - Chiesa di Sant'Antonio da Padova, detta della "Madonna della Neve",
in località Boffalora di Calco. Foto di D. Vertemara, 2019

 

Per far capire quanto fosse radicato questo culto nella zona, si possono nominare altre chiese dedicate a Santa Maria della Neve: una situata in località Foppaluera a Brivio, dove tale festività religiosa viene solennemente celebrata ogni anno il giorno 5 di Agosto. Fu fatta costruire nel 1717 dalla famiglia Carozzi di origini bergamasche, ma anche in questo caso non è detto che non ce ne fosse una già esistente nel periodo in cui Leonardo frequentava queste zone; a Lorentino, frazione di Calolziocorte confinante con la frazione e il castello di Rossino, si trova quella dedicata a Santa Brigida d'Irlanda, realizzata nel 1490, dove ogni anno si celebra tale ricorrenza. In questa chiesa si trova un quadro raffigurante la Madonna della Neve (Beweb); un santuario, risalente al XVI secolo, dedicato alla Madonna della Neve, si trova a Pusiano, paese sui laghi briantei, a pochi chilometri dal Monte di Brianza; infine a Torre de' Busi, paese della Val San Martino, ogni anno ad agosto si festeggia tale ricorrenza.
L'elenco di edifici religiosi sopra riportato non ne comprende tanti altri situati nelle terre limitrofe, ovvero nelle province di Bergamo, Como e Monza e Brianza e diversi altri nella stessa provincia di Lecco.
Quanto scritto finora non prova in alcun modo che ci sia una relazione tra la data di esecuzione del disegno ed il culto della Madonna della Neve, ma è ugualmente molto curioso che la sua realizzazione combaci temporalmente con una festa religiosa molto sentita nella zona.

 

3. CONCLUSIONI: IL CONFINE TRA I DUE STATI E I CUNICOLI SEGRETI

Vorrei finire questo mio saggio contestualizzando maggiormente il periodo storico in cui Leonardo fece il primo disegno di puro paesaggio nella Storia dell'Arte occidentale.

 

Fig. 31 - Confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia

 

Nella fig. 31 l'area colorata di verde rappresenta la Valle dell'Adda, il Monte di Brianza e le colline brianzole. Questa zona era nel 1473 sotto il dominio di Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano, anche se il Monte di Brianza e i territori delle pievi che lo circondavano costituivano una Provincia Autonoma con particolari immunità ed esenzioni. Infatti essendo tale provincia un avamposto militare nei confronti della confinante Repubblica di Venezia, molti Signori di Milano che si succedettero al potere, dalla dinastia dei Visconti a quella degli Sforza, cercarono di tenersi strette le alleanze con le popolazioni locali. Nel 1440 venne nominata per la prima volta in un decreto l'Università del Monte di Brianza con sede ad Oggiono e nel 1485 venne costituita la Banca del Monte di Brianza ("Umanesimo e Rinascimento in Brianza", Longoni V.), istituzioni che furono alla base del Rinascimento brianzolo. Questi fatti testimoniano l'autonomia ma anche la vivacità culturale di tutta quell'area, la quale sicuramente coinvolse anche Leonardo da Vinci.
In blu è raffigurato il fiume Adda ed il lago di Olginate.
In giallo è evidenziato il Monte Mudarga, posto al confine dei due Stati, a quell'epoca perennemente conteso dall'uno e dall'altro.
In azzurro si nota il torrente Gallavesa (già accennato nel capitolo 2.1)

La zona raffigurata in rosso invece è il Monte Spedone (facente parte della Val San Martino) ed il poggio con il castello di Rossino alle sue pendici, all'epoca sotto il controllo del Capitano Generale della Serenissima, Bartolomeo Colleoni. Questa valle fu a partire dal XIII secolo terreno di aspre battaglie tra i Visconti, signori ghibellini di Milano, e i Benaglio, famiglia guelfa che deteneva il feudo della Val San Martino come vassalli della famiglia Della Torre. (<http://www.valsanmartinospot.it>).
Gli scontri tra le due fazioni andarono avanti fino alla prima metà del XV secolo. Poi con la pace di Lodi del 1454 si stabilì definitivamente che l’intera Val San Martino passasse sotto la Repubblica di Venezia, confermando di fatto che il fiume Adda segnasse il confine tra la Serenissima e il Ducato di Milano ("Pace di Lodi", Wikipedia), le cui acque rimanevano di proprietà di quest’ultimo, il quale aveva il diritto esclusivo al loro sfruttamento. Questo è un particolare rilevante perché lo sfruttamento delle acque di un fiume così importante, in un'epoca in cui l'agricoltura, l'allevamento e la pesca rappresentavano le principali fonti di sostentamento per le popolazioni locali, poteva rappresentare forti disagi per coloro che non ne avevano diritto. E difatti questo sarà uno dei motivi per cui in realtà anche dopo la pace suddetta continuarono ad esserci guerriglie di frontiera.

Inoltre anche se con la pace di Lodi si ebbero quelle condizioni di stabilità politica tra i vari stati medioevali che permisero poi la nascita del Rinascimento italiano, ciò non evitò l'insorgere di nuove battaglie per il predominio politico sulla penisola. Ancora una volta a vedersi tristemente protagonisti di questi episodi ci sono in particolare il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia il cui odio reciproco, incarnato perfettamente da Bartolomeo Colleoni e da Galeazzo Maria Sforza, sfociò al suo apice nella battaglia della Riccardina, nel bolognese, del 1467, la quale passerà alla storia per essere stata la prima in cui vennero usate massicciamente le armi da fuoco, sebbene unicamente da parte veneziana.
Nel 1473, anno del disegno di Leonardo, la situazione geopolitica non era cambiata: i protagonisti dei due stati erano ancora gli stessi, ovvero Galeazzo Maria Sforza e Bartolomeo Colleoni. Pertanto è evidente come la situazione sul confine dovesse essere di una tensione continua per via della loro ostilità perenne.

 

Fig. 32 – Probabile cunicolo segreto con postazione difensiva presso il confine sul Monte Mudarga.

 

Ingrandendo il disegno si possono notare sulla parete del Monte Mudarga, conteso dai due Stati ma appartenente formalmente alla Repubblica Veneta, dei segni che secondo me sono riconducibili ad un'apertura o anfratto con un probabile cunicolo accennato in sezione sul fianco della montagna (evidenziati in blu) e ad una scala in legno e corda (evidenziata in verde) la quale dall’anfratto giunge penzolante in prossimità del torrente. Probabilmente si tratta di una postazione di controllo del confine.
Questo disegno poteva rappresentare molto probabilmente un rilevamento di una postazione di controllo già esistente al momento della sua esecuzione, appartenente ad uno dei due Stati.
Ci sarebbe da verificare se, dopo tanti secoli trascorsi, sia rimasta qualche traccia di tale postazione.
Comunque sia una cosa è certa: i cunicoli sotterranei a Calolziocorte e a Vercurago (i due paesi della Val San Martino situati sulle rive del torrente Gallavesa, Calolziocorte a sud e Vercurago a nord) esistevano eccome. Ed esistono ancora oggi alcuni resti ben visibili.
Nel già summenzionato libro "Il Castello di Rossino" di Dario Dell'Oro, si elencano ben 11 percorsi differenti di questi passaggi segreti, aventi come punto d'incontro proprio il castello in oggetto. Da tale costruzione si potevano raggiungere i punti strategici della Valle, attraverso due direttrici principali: 1) Castello di Rossino - Piazza Regazzoni (Caloziocorte); 2) Castello di Rossino - Rocca di Somasca (Vercurago).

 

 

Fig. 33 - Gli 11 percorsi dei cunicoli sotterranei di Calolziocorte e Vercurago Fonte: "Il Castello di Rossino", Dell'oro D.

 

Ad oggi tali cunicoli sono purtroppo impraticabili per vari motivi, ma alcune loro caratteristiche le si conoscono ugualmente: in alcuni casi erano cunicoli di una certa altezza ed ampiezza, tali da permettere il facile passaggio di uomini armati in posizione eretta. Inoltre al loro interno erano presenti i cosiddetti "tranelli", cioè dei pozzi profondi grazie ai quali ci si liberava di persone sgradite.
Per risalire ai tracciati di questi percorsi, l'autore del libro ha tenuto conto nella maggioranza dei casi di dichiarazioni frutto dell'esperienza diretta o di articoli di giornale che in passato hanno trattato dei loro ritrovamenti. Solo in rari casi, più precisamente nella ricostruzione dei tre percorsi riguardanti il territorio di Vercurago, si è fatto affidamento a testimonianze indirette e pertanto riportati con le dovute cautele.

Alla luce di quanto scritto in quest'ultimo capitolo, ritengo che se effettivamente il "Paesaggio con Fiume" di Leonardo sia stato realizzato per rappresentare una postazione di controllo con un probabile cunicolo, è difficile che esso sia servito come disegno preparatorio di un affresco come molti esperti hanno ipotizzato oppure come semplice rappresentazione di una località per puro diletto.

Ancora oggi non si è a conoscenza di documenti antichi che facciano riferimento a questi cunicoli, infatti si trattava di passaggi segreti da cui dipendeva spesso la vita di chi li utilizzava, quindi non veniva messo nulla per iscritto riguardo la loro esistenza. Tuttavia, proprio il disegno di Leonardo potrebbe assumere un valore ancora più importante perché sarebbe una testimonianza storica della loro esistenza, forse l'unica in questo senso.

Considerata la collocazione elevata di questa postazione di controllo/avvistamento sopra la grande forra e la sua posizione dominante con grande veduta sull’intera vallata, ritengo che le caratteristiche di questo anfratto + cunicolo siano diverse rispetto agli altri cunicoli sopracitati che risalivano dalla valle verso il castello di Rossino con lunghissimi tragitti. A tal proposito è plausibile supporre che il cunicolo disegnato da Leonardo sia molto breve in quanto doveva fungere da riparo o nascondiglio, per esempio dalle intemperie o dai nemici, e non da passaggio come gli altri. Difatti l’accesso a questa vedetta era consentito dalla scala a corda. Vorrei sottolineare come Leonardo, con la sua impareggiabile capacità di disegnare, abbia elegantemente camuffato l’intera postazione (anfratto/cunicolo + scala a corda) mimetizzandola con gli elementi naturali circostanti, ovvero vegetazione e rocce. A mio parere per motivi precauzionali: d’altra parte era in territorio veneto!

Un’ulteriore mia considerazione in merito a questo disegno è che Leonardo da Vinci sia andato nella Val Gallavesa (o Val d’Erve) per effettuare una mappatura delle postazioni difensive nemiche situate in terra bergamasca su richiesta del Duca di Milano o di qualche Signore della zona suo alleato. Anche quella rappresentata sul Monte Mudarga (anfratto + cunicolo), sebbene sia collocata su un monte conteso dai due stati (fig. 31), è molto più probabile che appartenesse alla Repubblica di Venezia in quanto ufficialmente quel versante del monte apparteneva alla Serenissima.

Il fatto che l’obiettivo del disegno potesse essere una mappatura delle varie strutture di difesa e di controllo, sia venete che milanesi, contrapposte tra loro, è desumibile dall’evidenza delle stesse effettuata dall’artista: lungo la sponda milanese Leonardo ha rimarcato in maniera netta le fortificazioni della linea difensiva del Ducato, ovvero partendo da sinistra la Bastiglia di Brivio (non più esistente), costruita sulla piccola altura a nord del paese da Francesco Sforza a metà del XV secolo, la già citata

Rocchetta di Airuno ed infine, a nord di questa, una delle tante fortificazioni, torri o case-torri esistenti nella vallata. Vista la posizione di quest’ultima sarei propenso ad attribuirla all’antico castello di Ganza collocato nel territorio del comune di Valgreghentino, non più esistente ed indicato come “diroccato” in una mappa seicentesca. Non escludo comunque che possa essere una delle tante altre torri o case-torri presenti lungo quel confine.
Inoltre, a conferma di questa mia tesi, sembra che Leonardo abbia voluto mettere ancora di più in rilievo la piramide rocciosa sulla quale è appostata la Rocchetta di Airuno, distanziandola dalla sua dorsale e facendola sembrare quasi un corpo a sé stante. Al contrario il retrostante Monte di Brianza, che evidentemente non aveva la stessa importanza strategica della collina della Rocchetta, è stato appena accennato (fig. 37).

Anche la rappresentazione dei legnari a mio parere avvalorerebbe questa ipotesi: tali manufatti, anche se non avevano uno scopo militare, all’epoca erano molto importanti sia dal punto di vista economico per i ricchi signori della zona loro proprietari sia per la sopravvivenza della popolazione locale, ovvero gli abitanti del Ducato.

Per un maggior rigore nella descrizione del paesaggio, preciso che la forra del Gallavesa è stata come compressa, essendo nella realtà più profonda di come appare nel disegno: affacciandosi sulla forra da una posizione alta del Monte Spedone, come io penso abbia fatto Leonardo, il torrente non si vede perchè è più in profondità e la rigogliosa vegetazione presente non ne permette la visibilità. Ma questo è comprensibile perchè Leonardo doveva rappresentare per intero la postazione difensiva e quindi anche il torrente, che ne costituiva la via di accesso e di fuga tramite la scala a corda che vi arrivava dall'alto. Anche il castello sembra ravvicinato dal punto di osservazione dell'artista, ma anche in questo caso doveva essere molto ben rappresentato: si tratta per la Val Gallavesa di una riduzione della profondità di poche decine di metri, mentre per il castello l'avvicinamento al punto di osservazione sembrerebbe di qualche centinaio di metri. Si tratta quindi di misure irrilevanti, se considerate nel complesso del disegno, che Leonardo ha dovuto adottare per poter rappresentare al meglio tutti questi elementi.
Infine un'ultima ma non meno importante considerazione riguarda i due paesaggi nascosti sul retro del disegno, individuati alla radiazione infrarossa nel 2019 dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. I due disegni rivelati rappresentano il primo una scena fluviale con al centro un corso d’acqua e due rive collegate da un ponte, il secondo sulla sinistra una formazione di rocce aguzze e frastagliate con l'aggiunta di picchi montuosi (<https://www.uffizi.it/>). In pratica tutti elementi naturali esistenti in questa zona specifica oggetto della mia analisi (solo come esempio rimando alle figure 14 e 18).

Riassumendo, se preso nel suo complesso il “Paesaggio con fiume” (detto altrimenti “Paesaggio 8P”) di Leonardo da Vinci è un disegno di natura prettamente di stampo strategico-militare in cui vengono evidenziate in maniera netta e contrapposte tra di loro le opere difensive e di controllo della Repubblica di Venezia e quelle del Ducato di Milano, per quest’ultimo anche le proprietà di rilevanza economica (i legnari), da sottoporre in ultima istanza al Duca o ad uno dei tanti Signori dell’area suoi alleati.

 

Fig. 37 – Le opere difensive del Ducato di Milano e della Repubblica di Venezia

 

IL PAESAGGIO DELL'ANNUNCIAZIONE

 

Fig. 1 - L'Annunciazione di Leonardo da Vinci.
Fonte: < https://it.wikipedia.org/>, CC BY-SA 4.0

 

Per quanto riguarda la presenza di Leonardo da Vinci nel territorio lecchese e abduano nei primi anni settanta del '400, oltre alla esecuzione del disegno del Paesaggio con Fiume, vi è un'altra opera importante dell'artista collocata nello stesso periodo e nella stessa zona. Si tratta dell'Annunciazione, dove entrambi i paesaggi situati alla sinistra e alla destra dell'angelo non possono essere altro che riferibili al territorio in questione.
Bisogna precisare, per chi non conosce questo ricchissimo e variegato territorio, che i due paesaggi situati quasi sulla stessa linea di parallelo (quello di destra è di poco più a nord) distano tra di loro pochi km: quello di sinistra ad ovest, sotto l’ala dell’angelo, raffigura i laghi briantei ed i monti che li circondano; ad est, quello tra l’angelo e la Madonna, raffigura l’allora città turrita di Lecco con il lago e parte dei monti che la circondano. Quindi l’artista ha dipinto entrambi i paesaggi da sud: in particolare quello all’estrema sinistra con i piccoli laghi ed i monti che li circondano è stato ripreso dal Monte di Brianza, monte che certamente conosceva per avervi eseguito senza ombra di dubbio il disegno 12411-12413 del Codice Windsor raffigurante il Monte Resegone e la sottostante vallata dell’Adda come ho già spiegato in precedenza.

Esaminando il paesaggio di destra, come già scritto ad esempio da Mario Cereghini (architetto, pittore, fotografo e designer lecchese) nel suo Immagini di Lecco nei secoli nel lontano 1965 e riportato da L. G. Conato in Leonardo da Vinci nella Valle dell'Adda (pubblicato nel 2003), si può notare l'immagine di due singolari spuntoni rocciosi alle falde del monte in primo piano: questi sono senz’altro riferibili ai cosiddetti "Pizzetti", posizionati all'estremo sud/ovest e alla base del Monte San Martino, che sovrasta a nord la città di Lecco (fig. 2 e 3). Anche quest'ultima è ben visibile nello sfondo del dipinto, sottostante la “Montagna di Lecco” e posizionata sulla sponda est del lago con le torri e le opere di fortificazione tipiche della sua natura di avamposto militare del Ducato di Milano a confine con la Repubblica di Venezia.

 

 Fig. 2 - Particolare dell'Annunciazione di Leonardo: i "Pizzetti" del San Martino e,
sotto, la città di Lecco.

 

 Fig. 3 - I "Pizzetti" e, sotto, le prime case a nord dell'abitato di Lecco. Foto di Andrea Diani

 

A nord del Monte San Martino, anche se non ben definito nel profilo si distingue un altro monte: questo è il Coltignone, situato immediatamente a nord e adiacente alla Montagna di Lecco (come si nota dal raffronto delle figure 4 e 5), la quale non è altro che un suo avancorpo.

 

Fig. 4 – Annunciazione: Il Monte Coltignone, il Monte San Martino ed i suoi “Pizzetti”.

 

Fig. 5 – Il Monte Coltignone, il Monte San Martino ed i suoi “Pizzetti”. Foto di Chiara Arrigoni.

 

Di questa montagna si nota solo il versante occidentale, aspro e selvaggio, a strapiombo sul lago; questo versante nella realtà ha due sporgenze squadrate che viste da sud sembrano poste l'una sopra l'altra (vedi fig. 5). Nel dipinto la sporgenza inferiore è meno evidente, ma i tratti visibili del profilo montuoso corrispondono esattamente a quello di questa montagna, con il Monte San Martino a coprirla quasi interamente. La sporgenza più alta corrisponde alla Punta Forcellino.
Nella fig. 4 il tratteggio rosso corrisponde alla sporgenza inferiore sottostante e leggermente più a nord alla Punta Forcellino. Questo versante della montagna sembra quasi coperto da una leggera velatura di nubi o foschia, come effettivamente può accadere, che ne impedisce una perfetta visuale.

Subito a nord del San Martino e del Coltignone si nota la piramide della Grigna Meridionale, la cui altezza è stata sicuramente esagerata, ma in ogni caso questa montagna è una tra le più alte e ripide di questo territorio. E l'artista ha voluto con ogni probabilità accentuare queste sue caratteristiche. Leonardo conosceva molto bene il gruppo delle Grigne (la Grignetta Meridionale e il Grignone Settentrionale), prove ne sono sia la descrizione della Grigna Settentrionale fatta nel Codice Atlantico (“è la montagna più alta chabbi questi paesi, edè pelada”) sia il disegno 12410 del Codice Windsor (fig. 7) raffigurante una veduta delle prealpi lecchesi con al centro proprio le due piramidi gemelle delle Grigne (come individuato da Recalcati Angelo ne Le Prealpi Lombarde ritratte da Leonardo, del 1997). Il gruppo delle Grigne, il Monte San Martino ed il Coltignone fanno parte orograficamente dello stesso massiccio montuoso.
Vi è una seconda incongruenza sempre riguardo alla Grignetta, l'artista l'ha posizionata a nord/ovest del Monte San Martino e del Coltignone facendola apparire alla sinistra di questi due monti quando nella realtà è posizionata più ad est e fotografando da sud il massiccio montuoso che sovrasta la città la vetta piramidale della Grignetta sbuca a nordest del San Martino (fig. 6a e 6b). 

 

Fig. 6a – La Grigna Meridionale fotografata da Garlate. Foto di D. Vertemara, 2020

 

Fig. 6b – La Grigna Meridionale fotografata da Brivio. Foto di Beppe Raso

 

Queste due incongruenze relative alla Grigna Meridionale sono le uniche relative al paesaggio di destra. Tutti gli altri elementi corrispondono esattamente a come sono stati dipinti.

 

 

Fig. 7 – Disegno 12410 del Codice Windsor: veduta delle Prealpi lecchesi da Milano
con al centro le due piramidi gemelle del Grignone e della Grignetta.
Fonte: Recalcati A., Le Prealpi Lombarde ritratte da Leonardo

 

Di non secondaria importanza c’è la presenza del lago con le sue caratteristiche imbarcazioni, situato proprio ad occidente di queste montagne e della città di Lecco. Anche la superficie dell’acqua, assolutamente piatta e priva di increspature, è riconducibile a quella di un bacino lacustre. Ingrandendo ulteriormente ed analizzando nel dettaglio la parte del dipinto sottostante la ripida e gigantesca montagna si nota la prosecuzione del bacino lacustre con numerosi seni e golfi dai quali sembrano sorgere le montagne strapiombanti (fig. 10) Anche questi elementi naturali corrispondono esattamente alla conformazione del ramo lecchese del Lario (fig. 11), che definirei un fiordo italico, descritti peraltro anche da Alessandro Manzoni nel suo romanzo più famoso: “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporger e del rientrar di quelli…”.

 

Fig. 10 - Ramo lecchese del Lario dipinto da Leonardo da Vinci nell’Annunciazione.

 

 

Infine, alla sinistra dello specchio d’acqua, di fronte alla città turrita, anche se appena accennata sembra esserci un’altra riva con torri e costruzioni: queste sono riferibili al paese di Malgrate (fig. 23), già esistente all’epoca di

Leonardo, situato alla fine del ramo lecchese del Lario, sulla sponda opposta a quella di Lecco, proprio di fronte alla città: la distanza tra la città e il paese è in linea d’aria di circa 1000 metri.
Quindi fotografando da sud la conca della città di Lecco con le sue montagne a nord ed il lago ad ovest con questo ramo orientale del Lario interamente frastagliato, ed il paese di Malgrate (fig. 12 e 23) sulla riva occidentale del lago, si vedrebbero tutti questi elementi così come sono stati dipinti da Leonardo, Grignetta a parte (fig. 12 e 13).

 

Fig. 12 – Il borgo di Lecco con il suo lago e le montagne a nord.

 

Fig. 13 – La città di Lecco con il suo lago e le montagne a nord.
Foto di Chiara Arrigoni.

 

In riferimento al paesaggio di sinistra del dipinto, sotto le ali dell'angelo, si possono notare distintamente almeno tre elementi collegabili alla zona nord e nord/ovest del Monte di Brianza.

 

 

 Fig. 14 – Il paesaggio di sinistra sotto le ali dell’angelo: il Monte Barro, il Monte Cornizzolo e il Lago di Annone.

 

Il primo, partendo da destra, è sicuramente il Monte Barro, ben definito nell'opera dell'artista: il particolare profilo di questo monte ripreso da sud sia nel dipinto (fig. 15) che nella fotografia (fig. 16) è senza ombra di dubbio identico. Non si può obiettare che possa essere un’altra montagna o che sia dubbia la sua identità.

Fig. 15 – Annunciazione: Monte Barro

 

Fig. 16 – Monte Barro. Foto di D. Vertemara, 2019.

Il secondo, altrettanto evidente, è dato dalla zona lacustre all'estrema sinistra del paesaggio: questi sono senz'altro i laghi Briantei di Annone, di Pusiano e di Alserio, situati immediatamente ad ovest del Monte Barro ed a nord/ovest del Monte di Brianza, oggetto degli studi di Leonardo per un progetto grandioso di canalizzazione e collegamento con il lago di Lecco ed il fiume Lambro, effettuato qualche decennio dopo, che però non fu mai realizzato a causa sia delle successive vicende storiche verificatesi ed anche per la troppa complessità ed imponenza dell'opera (fig. 17).

 

Fig. 17 – I Laghi Briantei disegnati da Leonardo da Vinci. Disegno contenuto nel Codice Atlantico.
Fonte: Borghi A., Brivio. Ponte dell’Adda

 

Quello in primo piano dovrebbe essere il lago di Annone, il più orientale dei tre. Questo lago è diviso da una lingua di terra, la piccola penisola d'Isella, che lo caratterizza e che forma due bacini d'acqua collegati tra loro da uno stretto canale (figure 18 e 19).

 

 Fig. 18 – Annunciazione: Il lago di Annone e la penisola d’Isella che lo divide in due.

 

Fig. 19 – Il lago di Annone e la penisola d’Isella che lo divide in due. Foto di Idefix, CC BY-SA 3.0 Fonte: < https://it.wikipedia.org/>

 

Il terzo ed ultimo elemento, altrettanto evidente, è riconducibile al Monte Cornizzolo, situato a ovest del Monte Barro e a nord dei laghi briantei (figure 20 e 21).

 

Fig. 20 – Annunciazione: Il Monte Cornizzolo

Fig. 21 – Il Monte Cornizzolo.

 

Nel dipingere il paesaggio di sinistra sopra descritto, c'è da constatare che Leonardo da Vinci non lo ha eseguito nelle sue dimensioni reali, e questo lo si evince soprattutto se confrontato con il paesaggio di destra. In effetti il paesaggio dei laghi Briantei con i relativi monti circostanti sembra esser stato perfettamente miniaturizzato, con tutti gli elementi dipinti nella giusta proporzione e posizione. L’artista potrebbe avere effettuato questa scelta per esigenze tecniche in quanto tutta quell'area doveva essere compressa interamente sotto le ali dell'angelo, oppure potrebbe essere una scelta dettata da valenze simboliche, come l’aver dipinto la Grigna Meridionale innalzandola a dismisura oppure l’aver allungato il braccio della Vergine in maniera spropositata ed infine l’aver distanziato notevolmente i due paesaggi, anche se in quest’ultimo caso il distanziamento sembrerebbe dovuto solo a motivi tecnici. Tutte queste incongruenze di natura prospettica e dimensionale dovranno essere approfondite dagli esperti perché il loro significato a me sfugge.

In conclusione, l’accostamento dei due paesaggi dipinti da sud, vicinissimi tra loro nella realtà, determina a mio parere in maniera inoppugnabile l’attribuzione di questi al territorio lecchese sopra descritto.

 

 

 Fig. 22 – Mappa del territorio lecchese oggetto dei due paesaggi dell’Annunciazione.
Fonte: Ecomuseo del Distretto dei Monti e dei Laghi Briantei.

Fig. 23 – Foto panoramica dell’area lecchese scattata da nord: da sinistra la città di Lecco con il suo lago, di fronte ad essa il paese di Malgrate, a sud di Malgrate il Monte Barro, a sud di questo il meno elevato Monte di Brianza con la sua dorsale. Ad est di questi monti i laghi di Garlate ed Olginate, All’estrema destra della foto i laghi Briantei. Foto di Piero Gritti

 

BIBLIOGRAFIA
ALDEGHI G., RIVA G., La gueglia “magna” e la pesca ad Olginate nel fiume Adda
nei secoli, 2003.
AUTORI VARI, Calco…: paese di Brianza.
BORGHI A., Brivio. Ponte dell’Adda, Bellavite, 2011.
BRIVIO D., Itinerari lecchesi. Per le vie di San Girolamo, 1986.
BRIVIO D., Segni della pietà mariana. Itinerari lecchesi, 1987.
CONATO L. G., Leonardo da Vinci nella Valle dell’Adda, Cesarenani Editrice, 2003.
DELL’ORO D., Il Castello di Rossino, 2015.
LONGONI V., Umanesimo e Rinascimento in Brianza, Electa, 1998.
MANZONI A., I promessi sposi, La Nuova Italia, 1967.
TURRIN A., Il Resegone e la piana dell’Adda in due disegni di Leonardo in "Archivi di Lecco e della
Provincia", 1/2013, Cattaneo Editore.

 

Di Davide Vertemara

 

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